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Simbiosi industriale per lo sviluppo dell'economia circolare nell'industria

La simbiosi industriale può diventare un valido elemento e strumento per far avanzare l'economia circolare nell'ambito della produzione. Se consideriamo che già ben il quaranta per cento delle aziende del settore Food & Beverage dichiara di partecipare ad un ecosistema di simbiosi industriale, potremmo dire che il procedere è già avanzato. Si parte da questo dato, ma la strada è ancora lunga perché gli altri settori industriali ne sono assai lontani, anche considerando come unico beneficio quello legato al risparmio dei materiali di scarto.

Iniziamo però con una definizione: per simbiosi industriale si intende l'interazione tra diversi stabilimenti industriali, anche appartenenti a diverse filiere tecnologico-produttive, raggruppati in distretti o, comunque "a distanza utile".

L'obiettivo è elevare al massimo livello possibile il riutilizzo di risorse normalmente considerate scarti, condividendo la conoscenza e le competenze tra aziende.

Approcci organizzativi

Vi sono due approcci organizzativi principali per l'applicazione del concetto di simbiosi industriale: l'approccio cosiddetto "locale" (in cui si inseriscono i distretti di simbiosi industriale e gli eco-industrial parks) e l'approccio "diffuso" in cui si realizzano le reti di simbiosi industriale che fanno leva su piattaforme di condivisione SaaS (Software-as-a- Service) e software ERP (Enterprise Resource Planning, ovvero software di gestione che integrano tutti i processi aziendali) in cui le aziende possono condividere risorse, energie, scarti e competenze.

Con particolare riferimento all'approccio "locale", occorre però osservare che i distretti di simbiosi industriale sono iniziative "bottom-up", ovvero che si sviluppano tra aziende in ambito territoriale contiguo con l'obiettivo di ottimizzare e chiudere i cicli produttivi.

Si tratta dunque di un distretto originato da accordi tra aziende per lo scambio di energia, servizi e risorse. Mentre se consideriamo gli eco-industrial parks, si tratta di iniziative "top-down" programmate, progettate e gestite a livello superiore sulla base dei principi della simbiosi industriale.

La normativa italiana

La simbiosi industriale è presente nella normativa italiana da oltre due decenni, con il decreto legislativo 112/1998. Vennero a suo tempo introdotte le Aree industriali Ecologicamente Avanzate (AEA), intese come aree industriali "dotate delle infrastrutture e dei sistemi necessari a garantire la tutela della salute, della sicurezza e dell'ambiente" per favorire una gestione unitaria degli aspetti ambientali.

L'obiettivo delle AEA è dunque la gestione integrata ed unificata degli aspetti ambientali connessi alle attività industriali, anche al fine di una semplificazione degli adempimenti burocratici relativi alla gestione degli aspetti ambientali.

Da quel 1998 si passa ai decreti del 2006 (con il d.lgs. 152/2006, art. 183 e 184bis, Regolazione del Sottoprodotto) e del 2016 (con il d.lgs. 264/2016), con lo scopo di agevolare la dimostrazione della sussistenza dei requisiti per la qualifica dei residui di produzione come sottoprodotti e non come rifiuti.

L'obiettivo è proprio di agevolare lo scambio di sottoprodotti tra aziende non aventi licenze per la gestione dei rifiuti. La tematica della Simbiosi Industriale è stata ripresa in tempi più recenti solamente nel 2022 grazie alla Strategia Nazionale per l'Economia Circolare, pubblicata a giugno 2022 che costituisce l'ultima novità normativa riguardante la simbiosi industriale.

La Strategia Nazionale per l'Economia Circolare inserisce infatti la simbiosi industriale tra i suoi campi d'azione ed identifica sei diverse azioni da implementare, con orizzonte temporale al 2035, al fine di promuovere l'applicazione pratica del "paradigma" della simbiosi industriale.

In sintesi, le azioni riguardano le procedure di gara, prevedendo punteggi aggiuntivi in sede di partecipazione a procedure di gara per quei soggetti che abbiano sviluppato, o si propongano di sviluppare, modelli di distretto circolare.

Ma anche la fiscalità viene coinvolta, introducendo agevolazioni fiscali in favore di imprese che aderiscano a contratti "di rete" per l'avvio di processi di Economia Circolare.

Sul fronte delle autorizzazioni si prevedono semplificazioni nel rilascio delle medesime quando coinvolgono profili disciplinari diversi ma che necessitano di essere esaminati in maniera integrata.

Importante è la parte che prevede bilanci integrati che facciano riferimento all'intero processo sinergico, anche se afferente a stabilimenti distinti o nella titolarità di soggetti giuridici diversi; ad esempio, attraverso approcci di LCA (Life Cycle Assessment, in merito al ciclo vita dei prodotti).

Altra azione consiste nella equiparazione dell'idrogeno, prodotto mediante elettricità attinta dalla rete in distretti circolari, alla "neutralità carbonica" dell'idrogeno "verde" (ovvero prodotto da energia rinnovabile).

I dati sul PNRR

Prendendo spunto dal documento "Circular Economy Report" dello scorso dicembre, prodotto con la consueta competenza e completezza dal Politecnico di Milano, si rileva come il PNRR dedichi una notevole quantità di fondi.

In particolare, la componente "Economia Circolare e Agricoltura sostenibile", conta su quasi 5,3 mld? di fondi stanziati e si prefigge l'obiettivo di rendere l'economia progressivamente più circolare in tutti i settori, in particolare quello dell'agricoltura. Questa componente si suddivide in ulteriori 3 ambiti di intervento.

Per l'ambito relativo all'Economia Circolare sono stati stanziati 2,1 mld? (quasi il 40% quindi dei fondi relativi alla componente di livello superiore). Di questa somma 0,6 mld vengono dedicati alla realizzazione di progetti altamente innovativi per il trattamento e il riciclo dei rifiuti nonché per la prevenzione degli scarichi illegali di rifiuti, attuata attraverso attività di monitoraggio da remoto, ossia impiegando satelliti, droni e tecnologie di Intelligenza Artificiale.

In termini quantitativi, l'obiettivo è raggiungere percentuali di riciclo dei rifiuti da imballaggio pari al 75% per carta e cartone, 70% per il vetro, 70% per i materiali ferrosi, 50% per l'alluminio, 50% per la plastica, 25% per il legno.

In allegato, è possibile scaricare il pdf completo dell'articolo.
Massimo Gozzi, Ordine Ingegneri di Milano - Commissione Energia - Ordine Ingegneri Milano
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